La responsabilità degli amministratori costituisce uno dei terreni più delicati nella redazione e nell’interpretazione delle clausole statutarie di arbitrato e, più in generale, delle clausole ADR. Il problema non riguarda soltanto la disponibilità del diritto controverso, ma anche l’esatta delimitazione soggettiva e oggettiva della clausola: occorre stabilire se essa comprenda le controversie tra soci e società, quelle promosse dal socio nei confronti dell’amministratore e quelle relative all’azione sociale di responsabilità.
La gestione della mediazione civile richiede oggi un controllo documentale e processuale molto più puntuale rispetto alla mera prova del deposito dell’istanza. Nelle controversie soggette a mediazione obbligatoria, infatti, l’attenzione si concentra sull’effettivo svolgimento del primo incontro, sulla corretta individuazione della parte tenuta ad attivare la procedura e sulla regolarità della partecipazione della parte o del suo rappresentante.
La mediazione non fallisce soltanto quando le parti non raggiungono un accordo. Può fallire prima ancora, quando la procedura non consente una partecipazione consapevole, quando il soggetto convocato non è quello realmente interessato, quando il rappresentante non dispone di poteri sufficienti oppure quando l’accordo finale è formalmente sottoscritto ma non può essere eseguito.
La recente giurisprudenza di merito attribuisce rilievo alla corretta individuazione di tutti i coeredi, alla corrispondenza sostanziale tra la controversia sottoposta al mediatore e quella portata in giudizio, nonché alla partecipazione personale della parte o di un delegato dotato di poteri adeguati.
Il principio è stato applicato dal Tribunale civile di Verona, sentenza n. 1295 del 17 giugno 2026, pronunciata in una controversia avente a oggetto lo scioglimento di una comunione ereditaria composta da terreni agricoli e da un saldo di conto corrente.
La giurisprudenza più recente sta spostando il baricentro della mediazione civile dall’avvio formale della procedura alla sua concreta regolarità. Il problema non è più soltanto verificare se la domanda di mediazione sia stata depositata entro il termine assegnato dal giudice.
La sentenza del Tribunale di Trani n. 549/2026 richiama con nettezza questo profilo, escludendo che il riconoscimento giudiziale delle firme possa essere utilizzato per sostituire l’autentica richiesta dalla disciplina speciale della mediazione.
È un contenzioso nel contenzioso, nel quale un vizio apparentemente documentale può incidere sulla procedibilità della domanda, sulla validità della deliberazione assembleare o sulla possibilità stessa di attribuire efficacia all’accordo raggiunto.
La vicenda nasce dall’opposizione proposta contro un decreto ingiuntivo con il quale era stata ordinata la consegna della documentazione condominiale al nuovo amministratore, oltre al pagamento delle spese della procedura monitoria. Nel corso del giudizio il Tribunale disponeva l’esperimento della mediazione obbligatoria.
L’aumento delle controversie sottoposte al tentativo obbligatorio ha senso soltanto se la mediazione conserva una funzione diversa da quella di un filtro burocratico all’accesso al giudizio. Diversamente, il rischio è quello di moltiplicare gli adempimenti senza aumentare il numero degli accordi, trasferendo nel processo una nuova area di contenzioso sulle comunicazioni, sulle deleghe, sulla partecipazione e sulla validità dei verbali.
